Una ragazza in Gamb(i)a

Una ragazza in Gamb(i)a

<<Ci prendiamo cura delle persone e delle cose dedicando loro la nostra completa attenzione e rispondendo ai loro bisogni. Poiché siamo esseri co-ricettivi, la responsabilità della cura è qualcosa che ci compete naturalmente>>

Tim Ingold, Antropologia come educazione

Una cosa che non smetterà mai di sorprendermi è l’estrema concretezza con la quale si rende presente un certo modo di prendersi cura. Nella mia breve esperienza gambiana, questa certezza non fa che essere sempre più chiara ed evidente. Con non poche difficoltà, provo a condensare un piccolo stralcio della quotidianità di uno dei più piccoli stati dell’Africa, tanto piccolo quanto profondamente denso.

Desidero parlarvi di Touray Kunda, in Mandinka casa Touray. La prima volta che sono entrata nel loro compound familiare avevo l’obiettivo di intervistare chiunque fosse disponibile a rispondere alle mie pedanti domande sul sistema di costruzione della famiglia estesa, nella cura dei figli e dei figli di altri. Allora non sapevo che in questo compound ci sarei tornata una seconda, poi una terza, una quarta, una quinta volta, fino ad oggi che ho perso il conto di quante giornate ho passato seduta tra le donne di questa grande famiglia.

Ad oggi, che di tempo lì ne ho speso parecchio (ma sicuramente non abbastanza), non so dire ancora con esattezza quante siano realmente le persone che abitano quel compound. La verità è che non ne sono certi nemmeno loro. È cosa molto comune, entrando in un compound familiare, che si trovino tendenzialmente donne e bambini: le prime indaffarate nelle faccende domestiche, i secondi che giocano nel cortile, o si preparano per andare a scuola o al dara, la scuola coranica.

Entrare in un compound significa varcare una soglia, che non è solo la soglia fisica del passaggio da spazio pubblico a luogo privato, ma è la soglia oltre la quale si dispiega un mondo intero, un agglomerato di cultura in cui si trova il tutto condensato all’ennesima potenza. Ci sono relazioni tra le più disparate, ci sono vite piene di storia e vite con una storia ancora da costruire.

Ecco, ancora prima di parlare di diversità culturale occorre tenere presente una cosa fondamentale: e cioè che la diversità, in tutte le sue forme e declinazioni, è essa stessa parte di una costruzione. Il primo giorno in cui ho varcato quella soglia in veste di antropologa alle prime armi mi sono subito resa conto che non sarebbe stato affatto semplice: alle volte uno la diversità se la porta addosso come un vero e proprio limite, un ostacolo invalicabile. Come si dice, “un elefante in una cristalleria”. E se il proprio corpo è portatore di un limite, quest’ultimo assume nient’altro che la forma dell’incontro con l’altro: dove finisco io inizia l’altra persona e, nel mezzo, l’universo mondo.

Ecco, cercare di entrare in quell’universo richiede una dose notevole di attenzione. Come alcuni amici hanno tenuto a ricordarmi prima di partire, è importante farsi piccoli, concedersi nell’ascolto e presentarsi con una forma di adattamento attivo. Per riuscire in tutte queste splendide e nobili attitudini, credo però sia del tutto imprescindibile la necessità di educare la propria attenzione. E questo corrisponde proprio alla nostra ricerca sul campo (in senso sia antropologico che lato): un lungo processo in cui imparare a vedere gradualmente le cose, a sentirle e a percepirle. Ed è così che, in questo incontro tra corpi e nello scontro tra “altri”, noi entriamo in relazione con il mondo: stabiliamo una corrispondenza. Quando è sincera, questa corrispondenza supera il limite, stabilisce relazione e genera novità.

C’è una signora di casa Touray di nome Ndey; avrà tra i 65 e i 70 anni, è la nonna del compound e prima moglie del capofamiglia, nonché mia principale interlocutrice. Ndey sembra aver capito perfettamente il motivo per cui mi trovo lì (lascio il beneficio al dubbio che possa persino saperlo meglio di me) e ogni volta che ci troviamo in questo incontro-scontro tra corpi, mi rendo conto di stare maneggiando un tesoro estremamente prezioso: Ndey vuole che io sappia tutto. E ogni volta mi ringrazia, perché mangio il suo cibo e resto ad ascoltare le sue storie con il mio assistente di ricerca che traduce per me. Ogni volta che mi ringrazia sorrido, perché è proprio così che stabiliamo la nostra corrispondenza: nel nostro essere spesso in disaccordo, nel nostro non riuscire a comprendere tutto (senza nemmeno pretendere di doverlo fare), nel suo tentativo di accompagnarmi, tutto finisce così:

Grazie Ndey, ci vediamo presto.

Grazie a te Paola, la prossima volta ti cucino il tuo piatto preferito.

In questi attimi che durano un istante, viene da chiedersi se siamo poi ancora così diversi.

Paola