Tra Mekanissa e Zway

Tra Mekanissa e Zway

Mekanissa doveva essere solo un luogo di passaggio, per ripartire subito per Zway, situata nella calda Rift Valley abissina.

Invece per alcuni imprevisti sono rimasto qua per 12 giorni e ripartire da qua, non pensavo, ma sta diventando dura, dura perché ho cominciato ad affezionarmi ai bambini e ragazzini che ho incontrato in questi giorni.

Mekanissa è il nome di un quartiere, un po’ ambivalente, come lo è del resto tutta Addis Abeba, infatti convivono palazzi, palazzoni con gente benestante, che ha un buon lavoro, una buona casa, una buona macchina e tutti i comfort che i soldi possono comprare, ma dall’altra parte una povertà profonda, buia, fatta di case ricoperte di chica, fango, di persone che lavorando dalla mattina alla sera a malapena riescono a mettere insieme i soldi per pagare l’affitto della propria baracca (sempre più alto) e per mettere in tavola un pasto al giorno.

In questa moltitudine di persone ce ne sono altre che non riescono nemmeno a permettersi una baracca e sono quindi costretti a vivere a Kosche, ai piedi di una delle più grandi discariche a cielo aperto dell’Africa, la stessa dove qualche anno fa, una frana ha sepolto vive alcune centinaia di persone, compresi alcuni ragazzi che venivano al nostro centro. Qualche giorno fa anch’io sono stato a Kosce; la montagna di rifiuti è alta un centinaio di metri ed è lunga un kilometro, la puzza è nauseabonda, permea i vestiti e come se non bastasse ai piedi della stessa c’è un enorme inceneritore in funzione 24 ore su 24, che produce un rumore assordante, continuo ed emana gas irrespirabili. Questa è la casa degli ultimi degli ultimi, di quelli che vengono lasciati indietro dalla società.

Tornando a noi, Mekanissa oltre ad essere un quartiere è anche il nome che ha preso la scuola, ma soprattutto l’oratorio di Don Bosco. Mekanissa è un oratorio aperto a tutti, che accoglie senza distinzione di sesso, etnia e condizioni sociali; ma è chiaro che per gli ultimi Mekanissa oratorio è un oasi dove i bambini e i ragazzi possono essere loro stessi, dove possono giocare a basket, calcio, dama, carte e gettoni (calcetto). La durezza che la vita li metterà di fronte è rimandata almeno di qualche anno.

Ai bambini viene regalato un pasto al giorno, mentre i ragazzi più grandi hanno la possibilità di guadagnarsi la libertà per andare a scuola o per stare in oratorio, lavorando un paio di ore al giorno nella creazione di manufatti artigianali che una volta venduti li aiuterà a mantenere se stessi, i propri studi e la propria famiglia.

Toccare con mano la realtà di kosce mi ha aiutato a capire l’importanza del mio “stare” accanto a questi ragazzi, sia durante il lavoro e il corso di computer che Bremb porterà avanti questo mese, sia durante il gioco. Stare, esserci con loro e per loro, cercare di fare amicizia o semplicemente fare loro compagnia chiacchierando in un amarico stentato, è una di quelle ricchezze che si creano qui a mekanissa, che i ragazzi forse si portano a casa, ma che di sicuro riempiono il cuore a me, in un bilancio che non sarà mai pari.

Quindi sì, a Mekanissa ci sono stato solo per 12 giorni, ma mi mancherà tanto, sia per il progetto che Donato porta avanti da più di vent’anni sia per tutti i ragazzini, incontrati in questi giorni. La malinconia c’è, ma mi sento carico per iniziare da capo una nuova avventura a Zway, ridente cittadina rurale dove starò per un annetto.
Il viaggio continua 🌍👣

Fra

 

Una risposta.

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