Se vuoi capire tuo fratello, fai un miglio con le sue scarpe

Se vuoi capire tuo fratello, fai un miglio con le sue scarpe

Un detto Africano dice: se vuoi capire tuo fratello fai un miglio con le sue scarpe.

I miei giorni sulla Nave Quarantena della Croce Rossa Italiana stanno tutti in queste parole.

Il nostro mondo vive da tempo un fenomeno che non è ignorabile. Le migrazioni.

Migliaia di esseri umani che percorrono miglia e miglia, si spostano da un continente all’altro. Miglia di terra, di sabbia, di mare. Esseri umani in cerca di vita, di futuro, disposti a tutto per una speranza.

Volevo provarmi un attimo le loro scarpe, volevo farli entrare un po’ di più nella mia vita, volevo trovare il modo di condividere almeno un pezzettino delle loro vite. Posso farlo nell’unico modo che conosco: mettendomi in gioco con la mia professione e la mia persona.

Per chi non lo sa, le navi quarantena sono nate come risposta all’emergenza Covid, cioè come luogo dove tenere i migranti quando le regole della quarantena erano rigide, necessarie, stringenti.

Ora queste regole non valgono più in nessuna parte dello Stato Italiano, tranne che su queste navi. Di fatto le Navi quarantena sono diventate degli Hot Spot galleggianti. Fanno avanti indietro tra Lampedusa e i porti della Sicilia, caricano qualche centinaio di migranti dando respiro all’hot spot di Lampedusa, il più critico e il più affollato. Li tengono in nave 5-7 giorni, secondo la decisione del Ministero. In questi giorni a bordo fervono attività frenetiche. Il team sanitario fa un’attività di screening, individua i casi che hanno bisogno di cura e attenzione a bordo così come una volta sbarcati. Ustioni, ferite, infezioni, scabbia, tubercolosi……

Il team psicologico si occupa di tutti i casi di possibili “vulnerabilità”, le documenta, le segnala: violenze, maltrattamenti, abusi. Il team legale inizia il percorso delle mille richieste possibili: tutele politiche, protezioni internazionali, ricongiungimenti familiari…. Il tutto tra i ritmi dei pasti, ambulatori, focus groups, informative, prime lezioni d’italiano, giochi e disegni per i bambini a bordo. Poi c’è il fantastico team dei mediatori, di coloro che parlano le lingue della Nave, che conoscono le culture e che rendono possibili dialoghi e relazioni: Samba, Ines, Diallo, Base, Edrissa, Alassan, Mohamed ….migranti essi stessi, la stessa storia, lo stesso cammino. Sono quelli che ci aiutano ad entrare in punta dei piedi, a capire le storie di questi lunghi viaggi. Loro mi hanno davvero stupito per la pazienza, la capacità di ascolto, la serietà con cui si facevano carico di ogni piccola richiesta, per la magia con cui sapevano creare un tempo fermo e calmo, pur in mezzo ad un ponte affollato. 

Un tempo per parlare, per raccontare, per gridare, per piangere. Ma anche per una tazza di the caldo, dolce e speziato che ti raggiungeva su qualsiasi ponte, in qualsiasi frangente: “dottoressa il the si raffredda, non va bene, si beve caldo!”. Insomma la Nave, dopo l’imbarco diventa un piccolo mondo galleggiante, in mezzo all’azzurro del cielo e del mare dove si incrociano lingue, culture, storie, vite, continenti.

Sul ponte più alto, il numero 11, ci sono i Siriani. Composti, dignitosi, sempre cortesi e gentili, fedeli ai propri nuclei familiari che cercano di mantenere compatti. Tra di loro c’è anche un ingegnere con la moglie e due figlie. Quando andiamo a portargli i vestiti puliti e a spiegare il trattamento anti scabbia, quasi ci vergogniamo. Ma lui è cortese e sorridente: un giorno qui è meglio di un anno in Libia, ci dice.

Il ponte sotto il 10 è quello delle donne e bambini. È il più duro. Le donne sono quelle che pagano il prezzo più alto. Ognuna ha una storia che inizia in paesi diversi: Nigeria, Ghana, Etiopia, Eritrea, Somalia…ma che ha uno stesso epilogo. Sono storie di abusi, di violenze, di percosse. Hanno tutte bambini appesi al collo, legati sulle schiene o sui fianchi. Quasi tutti senza padre. O con molti padri. Bambini belli come il sole, timidi e curiosi insieme. Bambini che dopo i primi giorni di paura e smarrimento, prendono confidenza, si rincorrono sul ponte, riempiono fogli di colori e disegni, scoprono che nel mondo esistono anche i biscotti Plasmon e i pannolini….

Poi scendendo ci sono i Tunisini e gli Egiziani, con la loro rabbia contro il mondo pronta ad esplodere per un’inezia. Non si fidano di nessuno. Molti di loro sanno che allo sbarco li aspetta già la polizia con un foglio di via. Non hanno diritto a nessuna protezione internazionale, quindi la prospettiva è quella di ricevere una comunicazione che ti da 7 giorni di tempo per lasciare l’Italia. Oppure per trovare il modo di vivere nell’illegalità.

Sotto gli Africani: Gambia, Senegal, Costa d’Avorio, Eritrea, Sudan, Somalia…..sono tutti ragazzini, dichiarano la maggiore età, ma ti chiedi se e quanto è credibile. Vengono tutti dalle prigioni della Libia e ne portano tutti i segni. Sono stati picchiati, frustati, bastonati, hanno lavorato come schiavi per pagare il prezzo del loro imbarco, hanno madri che non vedono da anni. Hanno occhi scuri, segnati, qualcuno si scioglie un pochino e ti lascia vedere dentro la loro solitudine, ti racconta che la notte non dorme perché sono troppi i pensieri, troppi i ricordi.

Poi gli asiatici: i Bangladesh. I più semplici, i mansueti, i più ingenui. Quelli che non chiedono mai nulla, che ringraziamo sempre, che un piatto di riso con il pane li fa contenti, che stanno sul ponte più basso e non vedono neanche la luce del sole…che non riesco neanche ad immaginare che viaggio si sono fatti.

Tre continenti distribuiti sui ponti, compressi nel tempo e nello spazio. Pezzi di questo mondo che si muove, che migra, che chiede di essere altro, diverso, che non ci sta a stare al suo posto, che vuole di più: lavoro, dignità, futuro, rispetto, pace, giustizia. Un mondo che non ci sta’ ad essere povero. E non ci sono mari o muri che tengano.

Poi arriva lo sbarco. Una grande festa. La fine di un viaggio lungo anni, lungo un’infanzia, un’adolescenza. La fine di un prezzo pagato così alto. O forse l’inizio.

La Nave diventa irrealmente vuota, silenziosa…si sanifica tutto. E poi si riparte verso Lampedusa. Una navigazione di silenzio, pace, mare e stelle. E poi si ricomincia. Un nuovo imbarco, altre centinaia di vite, di storie, di persone, di lingue, di mondi. E tutto si rimette in moto.

E noi? Che possiamo fare?

Forse chiedere un sistema diverso, pretendere che i nostri governi non finanzino e sovvenzionino i centri di detenzione libici. Forse lottare per leggi più umane che permettano alle persone di migrare legalmente, che riconoscano il diritto di tutti di cercare la propria felicità nel mondo.

Possiamo sicuramente fare la nostra parte, cercare di capire, avvicinarci, provarci un momento le loro scarpe, le loro storie, sentirle qualche istante sulla nostra pelle. Possiamo essere quella parola, quella carezza che rende meno ingiusto un sistema che giusto non è, volti umani di un sistema che umano non lo è affatto.

Possiamo essere briciole di umanità sulle loro strade.

Fulvia