Racconti da Zway

Racconti da Zway

Sono stata in Etiopia pochissimi giorni, sei in tutto, eppure così intensi da lasciare una traccia indelebile.

Tornare è sentirsi a casa, subito: gli odori, i colori, la gente… è come essere stati sempre lì. E non è solo nostalgia, qualcosa che riguarda il passato, il pezzetto di storia costruita, è qualcosa di vivo nel presente. Nella complessità di tutto ciò che abbiamo vissuto in questi due anni di pandemia e di ciò che con la guerra sta succedendo, rinnoviamo la scelta del nostro presidio di resistenza. Il cuore rimane sospeso, a cavallo di due mondi, di due culture.

A Zway ho ritrovato molte persone, amici, conoscenti, lavoratori… e da tutti è emersa una grande fatica a far fronte alle spese quotidiane. Il costo della vita è lievitato enormemente. Anche se nel sud e ad Addis Abeba la guerra non è arrivata nella sua forma più cruenta, le conseguenze si fanno sentire sulla popolazione tutta. E a pagare è sempre la fascia più povera. Un uovo 10 birr, 5 litri d’olio 1000 birr… tutto costa uno sproposito. E molti, moltissimi mendicanti, persone che non ce la fanno a mettere due cose insieme per un pasto.

Un altro aspetto che mi ha impressionato è la forte preponderanza dell’oromo sull’amarico, almeno a Zway. Al mercato mercanzie e prezzi vengono contrattati in oromo, per strada le persone si salutano in oromo. La situazione sta cambiando enormemente. Sebbene il clima generale infatti sia sereno, continuano a ribollire focolai di tensione tra esercito federale e ribelli oromo. A nord, in Tigray, la situazione è ancora più difficile, ma ne sappiamo pochissimo, i collegamenti sono interrotti.

Per quanto riguarda gli Amici del Sidamo, sento che è necessaria una riflessione seria sulle responsabilità che Laura, ora con Atto, e Luca stanno portando avanti in prima linea. La chiusura del progetto Nigat segna una linea di demarcazione. C’è un prima e ci sarà un dopo. Solo calando nelle nostre vite il passo fatto, lasciandoci interrogare sulle scelte da fare, condividendole fino in fondo, possiamo crescere in consapevolezza e aggiustare il tiro.

I volontari stanno cercando le strade per rendere l’impatto della chiusura meno doloroso possibile, per le beneficiarie in primis e in seconda battuta per i lavoratori. Questi percorsi vanno pensati e costruiti insieme.

È tutt’altro che semplice, ma non mi pare di scorgere alternative; non possiamo che sentirci chiamati a sostenere concretamente Luca, Laura e Atto, muovendoci, ciascuno per come riesce, in direzione della partenza.

Il 26 giugno Fragalli, Giulia e Bremb e poi le spedizioni estive…qualcosa si muove, ed è segno di speranza.

Giovanna

 

Una risposta.

  1. tMcxVKCZ ha detto:

    TwxKChcoYfaSIVgF

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