Quale emancipazione per il lavoro femminile in Etiopia?

Quale emancipazione per il lavoro femminile in Etiopia?

Appena messo piede in Etiopia, è sufficiente uno sguardo per rendersi conto che le donne sono la spina dorsale dell’economia africana. Le venditrici informali a Merkato, le trasportatrici di fascine di eucalipto che scendono da Entoto, le produttrici tessili a Shiro Meda… sono donne. E se poi si prende la strada che porta verso sud, si incontrano donne che vanno a prendere l’acqua, che si occupano del bestiame, che si avviano a piedi o sul carretto per vendere al mercato ciò che coltivano. Spesso hanno un bimbo legato sulla schiena e altri per mano: sono loro a occuparsi dei figli e in generale della famiglia.

Il lavoro copre tutte le aree della sussistenza e della cura, tutte le attività che riguardano la sopravvivenza sono svolte dalla donna. E’ così proprio per il fatto che è donna e di conseguenza il suo lavoro viene dato per scontato. E’ un dovere comunitario, un servizio reso ai membri della famiglia, un dono all’interno della rete di relazione dentro la quale la donna è inserita. Viene perciò a mancare il presupposto che il lavoro possa essere invece fonte di emancipazione, attività creativa, che realizza aspettative e desideri e che permette di partecipare da protagonista alla vita sociale. A ciò si aggiunge il fatto che il lavoro femminile è agito in maniera informale e pertanto non è quasi mai collegato ad alcuno dei diritti fondamentali, retribuzione, tutela, scelta.

Si pone la questione: quale emancipazione è possibile a partire da questa modalità di lavoro femminile?

Ci siamo posti il problema molto spesso nei nostri anni in Etiopia. Quando 15 anni fa è nato il Tokuma, lo scopo principale del progetto era sostenere le donne che a causa di un incidente di percorso (lutto o malattia di un famigliare, scarso raccolto…) si trovavano in un’ impasse e non riuscivano a far fronte alle esigenze materiali della propria famiglia.

Nelle zone rurali è così, la sopravvivenza è appesa ad un filo, alle piogge, alle cavallette. Il senso di precarietà è fortissimo. Sei mesi, un anno in luogo protetto, con un’income fissa (seppur minima) potevano dare respiro alle donne e permettere loro di reinserirsi nel flusso delle attività che avevano sempre svolto. E da qui un passo in più, un percorso di alfabetizzazione, un piccolo fondo per cominciare un nuovo business e valutare insieme alle altre donne del gruppo cosa poteva funzionare e cosa invece sarebbe stato troppo rischioso. Un tempo per sé, per pensare e ripensarsi.

Non sempre le cose sono poi andate per il verso giusto, e sono certa che tuttora sia così. Ma credo anche che sia necessario investire energie, tempo, risorse in questa direzione, che magari non è la più efficiente secondo gli standard occidentali ma che, sul lungo termine, porterà qualche frutto.

Giovanna Delle Donne