Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono.

Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono.

Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono.

Papa Giovanni Paolo II

Quanto più leggo questa frase, quanto più in un contesto quale quello dell’Etiopia di questi ultimi anni, mi sembra profondamente vera. Avendo girato in tanti posti ho avuto occasione di vedere diverse realtà e di parlare con tante persone diverse.

Addis Abeba potrebbe sembrare una città con tante possibilità, ma appena la si guarda da più vicino ci si accorge che queste possibilità sono per poche persone. Una notte in un albergo tre stelle europeo costa quanto lo stipendio mensile della signora che ne pulisce le camere, perché c’è un acqua park con scivoli e quant’altro. Poi però ci sono quartieri che non hanno acqua potabile per 3 mesi di fila. Lo stipendio medio di una persona poco istruita è pari al costo di un materasso singolo di gommapiuma.

Ma appena si esce da Addis Abeba ci si accorge addirittura di essere in un altro mondo. Alcune regioni sono favorite dalla natura e hanno piante e verdure in abbondanza, altre sembrano abbandonate da Dio, ma forse dovremmo dire dai governanti; mi sono trovata in zone senza servizi, senza strade, senza scuole o centri di salute. In posti raggiunti da un autobus due volte la settimana, in posti dove non ci sono ponti di nessun tipo per attraversare i fiumi e bisogna sperare che non piova se no si rimane bloccati.

Alcune volte ho sentito parlare con odio di altre persone solo perché di un’altra etnia, molte volte se nelle parole non c’era odio c’era quantomeno insofferenza. La causa di questo modo di parlare in alcune occasioni era il comportamento scorretto di un individuo, che però non è più solo un singolo, ma in questi anni è diventato – volente o nolente – rappresentante di una categoria, un’etnia. Se io Laura mi comporto male, è giusto incolpare tutti gli stranieri che vivono in Etiopia?

Purtroppo è quello che succede quasi quotidianamente in molte zone di questo paese, quando una moglie che uccide un marito di un’altra etnia diventa un conflitto etnico. La politica degli ultimi vent’anni è stata quella di creare differenze e di esaltarle, invece che creare unità. Sono stati portati via risorse e terreni in nome di uno sviluppo senza etica, dove solo alcuni mangiano e gli altri, sfruttati e messi a rischio nella salute, si credono fortunati perché almeno hanno un lavoro.

Come può esserci pace in un paese in cui tanti giovani non hanno un lavoro? In un paese in cui il costo della vita cresce in maniera esorbitante (circa il 30% annuo) mentre gli stipendi no? In cui non ci si può recare in alcune zone, a volte distanti pochi kilometri da casa, perché sulla carta di identità alla voce nazionalità non c’è scritto “etiope”, ma l’etnia?

Una via per la pace può esistere solo se ad ogni persona è garantita dignità e il necessario per vivere in modo equo, ma per cancellare anni di discorsi pieni di pregiudizi il cammino è difficile e mi sembra di poter dire che qui non è ancora iniziato.

Laura

Una risposta.

  1. Giuliana Marchetti ha detto:

    Triste ma vero mio nipote e un volontario in quel paese …

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