La storia della Festa Nazionale Etiopica

La storia della Festa Nazionale Etiopica

Il 28 maggio è un giorno di festa nazionale in Etiopia. Celebra un giorno di trenta anni fa, era il 1991, quando un esercito di ribelli armati, raggruppati in coalizioni e provenienti da diverse regioni dell’Etiopia, entrò nella capitale Addis Abeba e prese il controllo del Palazzo del Governo.

In quel momento cadde definitivamente il Derg, Comitato, la giunta militare che per ben diciassette anni, dal 1974, aveva governato l’Etiopia. L’esercito del Derg, uno dei più potenti dell’Africa, si dissolse; l’ideologia filosovietica che sosteneva il regime faceva i conti con la storia, con la fine della guerra fredda e con quel muro che a Berlino era già caduto; il suo capo, Menghistu Haile Maryam, fuggì e si rifugiò in Zimbabwe, dove ancora vive.

La seconda metà degli anni Settanta passò alla storia con il nome di Terrore Rosso. Migliaia di studenti, intellettuali e oppositori politici vennero bollati come “controrivoluzionari” e quindi perseguitati, torturati e giustiziati. Un museo in una grande piazza di Addis Abeba, il Red Terror Martyrs Museum, li ricorda cercando di mettere insieme le loro storie.

Quello che è successo prima dell’avvento del Derg e dopo la sua caduta aiuta a capire un poco le vicende dell’Etiopia, quasi fino alla drammatica cronaca dei nostri giorni, con la guerra in Tigray; la grande diga sul Nilo che è al contempo risorsa e mina per la stabilità del corno d’Africa; elezioni in vista in un clima di tensioni inter-etniche che hanno causato migliaia di vittime e un record di sfollati interni.

Un insieme di illusioni e disillusioni, di ricerca di strumenti democratici e derive autoritarie, di rivoluzioni che divorano i propri figli.

Fino al 1974 l’Etiopia era governata da un Imperatore, il Negus, per giunta destinato tale per linea ereditaria e per volere divino. Haile Selassie era stato un leader prestigioso nell’Africa delle Indipendenze dai poteri coloniali perché l’Etiopia non era mai stata veramente colonizzata; comunque la sua resistenza interna aveva sconfitto nel 1941 l’Italia fascista di Mussolini. Ed è anche per questi motivi che Addis Abeba divenne la capitale diplomatica dell’Unione Africana.

Per quanto anche l’Occidente lo considerasse un monarca illuminato, l’Etiopia era un paese immobile, con milioni di contadini che altro non vedevano, di generazione in generazione, null’altro che zolle da zappare con fatica su una terra che non apparteneva a loro e con le proprie tradizioni linguistiche e culturali subalterne alla lingua del potere centrale, soprattutto delle elite amhara.

L’Etiopia sembrava immobile mentre il mondo era in fermento. Ma gli studenti di Addis Abeba respiravano un po’ di quel mondo in subbuglio, studiavano, erano arrabbiati, non volevano fare la fine dei loro padri, e quando arrivò la prima carestia che diventò mediatica, nel 1974, per Haile Selassie, quel piccolo uomo che era Imperatore da cinquanta anni, arrivò la fine con proteste di massa che chiedevano un cambiamento.

E cambiamento fu, rivoluzionario e non riformista

Una gigantesca riforma agraria diede la terra ai contadini (land to the tiller fu un efficace slogan che andava oltre la propaganda e divenne realtà); abolizione della monarchia; un comitato unico rivoluzionario al governo, il Derg.

Ma dopo Haile Selassie, un altro uomo divenne Negus, un Negus Rosso e ateo: Menghistu Haile Maryam. Come forse mai nella storia d’Etiopia, Menghistu conquistò il potere e divenne uomo forte anche in relazione agli equilibri internazionali del tempo, con un potere militare sostenuto dall’Unione sovietica. Durante il Terrore Rosso Menghistu stroncò sul nascere qualsiasi oppositore, tanto più se questi erano intellettuali e uomini di pensiero.

Per abbattere il potere di Menghistu ci vollero uomini con le armi: in Eritrea, nel Tigray, nell’Oromia dell’Oromo Liberation Front. Il 28 maggio del 1991 con il Derg cadde un potere ma ancora non si sapeva dove l’Etiopia sarebbe andata. L’unica cosa che sembrava chiara era: mai più un uomo forte al comando, mai più una sola etnia al comando.

Ci vollero quattro anni prima che le forze rivoluzionarie partorissero una nuova costituzione.

La Costituzione del 1994 iniziava dicendo: We Nations, Nationalities and People of Ethiopia. Ovvero, prima del nome Etiopia venivano le sue genti, nazioni e culture. Tante, più di ottanta, con ottanta lingue e territori. Quella costituzione è ancora quella di oggi, e doveva garantire la fine del potere di un’etnia o di un uomo su tutti gli altri. Questo esperimento costituzionale, conosciuto e studiato come “federalismo etnico”, da alcuni è considerato la causa di tutti i mali dell’Etiopia; da altri il solo modo possibile di fare coesistere così tante culture (e interessi) differenti.

Ma da allora, dal 1994, le cose non filarono lisce, la democrazia non fece passi in avanti, troppo fragile per essere protetta da un pezzo di carta. Un gruppo etnico, del Tigray, divenne primo tra i pari, un po’ come i maiali di Orwell nella Fattoria degli Animali. L’Etiopia ha fatto grandi passi in avanti – nella scuola, nella sanità e nella lotta alla povertà, nelle grandi infrastutture – ma un partito, il Tplf dei tigrini, mise la museruola alla libertà di espressione e di dissenso.

Ancora una volta, nessuna elezione popolare, con matite appuntite e schede elettorali, è corsa in aiuto dell’Etiopia. Ci sono volute le proteste di migliaia di contadini oromo per costringere il Potere a scendere a patti; studenti in una capanna della Rift Valley che spiegano ai padri contadini che il potere che offre soldi in cambio della terra in realtà ruba il futuro.

E’ storia dei nostri giorni, il 2018, così come il nome di un nuovo premier, Abiy Amhed.

Il discorso di Abiy Amhed della primavera di quell’anno aveva salvato la nazione a un passo dal baratro del vuoto di potere. Sembra l’unica cosa buona capitata in questi anni, e forse questo vuol dire che erano parole che avrebbero funzionato a prescindere da chi le diceva: quello che importava era che c’era un uomo che parlava di Feker, Amore.

Ma dalla quella data, il 2018, sembra passata un’era; dalla parola amore si è passati alla parola guerra; la politica ha abdicato alla sua natura di ricerca di una soluzione comune; gruppi di potere e di interesse si
sovrappongono alle rivendicazioni di etnie e classi sociali; le divisioni sono più forti cha mai e la compassione non è più una virtù.

Ma questa è cronaca dei nostri giorni e non c’è nessuna data in vista dove popoli di uomini possano guardarsi, uniti, e riuscire a dire ancora: “mai più”.

Fabio Artoni

Credits immagine: Internazionale