La pandemia in Etiopia

La pandemia in Etiopia


In questi mesi più volte mi è stata rivolta la stessa domanda: ma da voi, in Etiopia, come va la situazione? La pandemia è arrivata anche lì?

Quando all’inizio del 2020 attraverso i media internazionali ci arrivarono le notizie sui casi in Cina e poi in Europa e assistemmo al rapido diffondersi del virus nei vari continenti, per l’Africa davvero si temette il peggio. Vennero immediatamente e pubblicamente fatte previsioni apocalittiche, ipotizzando probabili catastrofi in tutto il continente Africano. E anche da noi, in Etiopia, tra la gente si seminò il panico.

Le ragioni per tanto timore erano infatti fondate sulla realtà: troppo evidenti le carenze di risorse e organizzazione sanitaria, amministrativa e politica, le carenze finanziarie, la esistenza da sempre diffusa di ripetute epidemie causate da virus o altri agenti infettivi e infine le condizioni sociali compromesse e che, aggiunte agli atteggiamenti culturali, non avrebbero permesso isolamento né quarantena. Ma le tragiche aspettative tanto temute non si sono fortunatamente avverate.

Non significa che la pandemia non ci abbia raggiunto, ma piuttosto il Covid-19 non si è espresso nel continente africano con la drammaticità che ha invece causato nel resto del mondo.

Infatti tutto il continente è stato interessato e in molti dei 55 stati africani la trasmissione era alta però la gravità clinica e la mortalità sono rimaste basse. Basta considerare che mentre a livello di popolazione l’Africa ha il 17% della popolazione mondiale, in Africa i morti per Covid-19 sono finora il 3,5% dei totali morti per Covid-19 a livello mondiale. In questi giorni se a livello mondiale i casi hanno raggiunto 60 milioni con 1,5 milioni di morti, in Africa i morti dichiarati per Covid-19 si aggirano sui 37.000. I Paesi più colpiti sono stati Sudafrica, Egitto, Marocco, Tunisia, seguiti con percentuali decrescenti da tutti gli altri.

In Etiopia i casi confermati, secondo le dichiarazioni ufficiali del Ministero della Sanità etiopico, hanno raggiunto adesso 108.000 con un numero di decessi intorno ai 1.600. L’Etiopia è il secondo paese più popoloso in Africa, con oltre 110 milioni di abitanti (prima è la Nigeria che ha raggiunto 200 milioni). I casi sono più numerosi ovviamente nelle zone urbane, dove effettivamente si trova anche il maggior numero di strutture sanitarie di livello ospedaliero con le uniche – e scarse – possibilità di intervento di rianimazione e terapie intensive. Le zone urbane sono anche quelle che hanno la maggior possibilità di laboratori e dunque disponibilità ad effettuare test diagnostici, per lo più di tipo molecolare.

Ricordiamoci comunque che da stime ufficiali segnalate da una ONG importante, in tutta l’Africa c’è un letto di terapia intensiva ogni 2 milioni di persone.

Pur nella consapevolezza dei limiti dei dati riportati dai singoli paesi, quali sono allora le ragioni di questa disparità tra la previsione e la realtà? Dai diversi studi fatti a livello internazionale sull’argomento sono state nominate diverse cause o concause. Innanzitutto l’età: l’Africa ha una popolazione molto giovane, dunque con una alta possibilità di contrarre la infezione restando asintomatici. In Etiopia l’età media è di 19.5 anni e il 50% della popolazione è inferiore ai 30 anni di età. La causa più influente sulla disparità tra infezione e gravità è dunque sicuramente legata al fattore età, anche se non è l’unico. Altri elementi poi entrano in gioco, non tanto come cause singole ma come concause o cofattori, per esempio: il clima tropicale favorevole – in molti paesi africani le temperature sono più elevate lungo tutto l’anno e comunque i paesi con diffusione più alta del virus sono quelli più lontani dall’area tropicale – l’alta distribuzione della popolazione in aree più rurali e meno densamente popolate, un probabile fattore genetico, una parziale immunità, o tolleranza immunitaria, dovuta alla ripetuta esposizione delle persone a infezioni virali o alla esposizione massiva ad alcune vaccinazioni.

Inoltre in alcuni paesi africani c’è purtroppo l’allenamento da parte della organizzazione della salute pubblica a rispondere alle varie epidemie anche gravi (ebola, morbillo, altre) che si presentano e si susseguono, e c’è la capacità della popolazione di capire, accettare e mettere in atto misure e atteggiamenti comportamentali adeguati.

Un ulteriore fattore è stata la velocità di risposta della salute pubblica in molti paesi africani. E’ vero che in Africa abbiamo avuto il vantaggio del tempo, un paio di mesi di osservazione della diffusione del virus nel resto del mondo e delle risposte che i diversi stati hanno messo in atto ha diciamo lasciato un margine di tempo al ministero della sanità per pensare e organizzarsi in anticipo.

In Etiopia il primo caso confermato è stato a metà marzo, su un cittadino giapponese.

Il Governo ha subito reagito a livelli diversi, ricercando i contatti ma poi subito chiudendo scuole e tutti i punti di aggregazione, controllando le frontiere, fermando in quarantena obbligata e supervisionata i viaggiatori in arrivo da altri paesi, fermando i collegamenti aerei con Europa, dichiarando lo stato di emergenza per sei mesi prorogabili. E poi mettendo in atto a livello nazionale sistemi di educazione sanitaria per la popolazione, obbligo di mascherine e igienizzazione mani ovunque e isolamento soprattutto nelle zone urbane. A livello sanitario si sono poi organizzati alcuni centri più specificamente per il Covid-19 e gradualmente hanno abilitato le varie regioni ad avere un laboratorio regionale per l’analisi dei tamponi.

In Etiopia, ma penso un po’ ovunque in Africa, la capacità di eseguire test, la possibilità di processarli, la disponibilità di materiale protettivo, e la abilità di gestione dei casi gravi sono state comunque minime e generalmente molto carenti.

Ma l’aspetto più importante è evidentemente un altro: la pandemia ha messo in luce le già evidenti e notevoli disparità economiche e sociali, accentuandole e ha causato una serie di altri problemi che già stanno causando una importante recessione economica, destinata solo a peggiorare.

Più che il virus direttamente, in Africa si stanno avendo gravi problemi dovuti alle conseguenze della epidemia, sia a livello sanitario che economico generale.

A livello sanitario perché in tanti mesi tutta la attenzione sanitaria (e anche le risorse sia economiche che umane) è stata deviata distogliendola dai tanti problemi e epidemie già esistenti e ora in peggioramento. Per esempio il morbillo, la malaria, la malnutrizione cronica e acuta e le atre patologie infettive: tutte situazioni che interessano soprattutto le fasce più a rischio in Africa: bambini sotto ai 5 anni e le mamme (perno portante della società e della famiglia africana). Sono questi i cosiddetti silent killer dei paesi poveri. Questo è stato l’errore più grave: mettere il focus sul Covid-19 per mesi ha lasciato disattese tutte queste situazioni concatenate e interdipendenti, e comunque gravi e endemiche.

In oltre 50 paesi al mondo resta infatti alto l’allarme fame: secondo l’OMS 690 milioni di persone sono malnutrite, di questi 140 milioni sono bambini con denutrizione cronica e ritardo della crescita e ben 45 milioni con SAM (malnutrizione acuta e severa). Sono 5 milioni i bambini sotto ai 5 anni che muoiono annualmente, e patologie come la malaria e la anemia, o il morbillo o la tubercolosi sono strettamente interdipendenti e concause della malnutrizione acuta severa.

Anche dal punto di vista della sicurezza il Covid ha causato indirettamente un notevole peggioramento, soprattutto in quei paesi africani dove i gruppi terroristici sono più attivi. Gli investimenti per lo più in campo sanitario hanno indebolito i sistemi di sicurezza e favorito centinaia di attacchi in aree meno controllabili (vedi Niger, Mali, Nigeria, Burkina).

Il Covid-19 ha chiaramente messo a nudo dunque la inadeguatezza di vari sistemi: economico, alimentare, sicurezza nazionale. E a questi poi si aggiungono i disastri ambientali e climatici. Per esempio in questo anno in diverse regioni dell’Etiopia, cosi come in Somalia, Eritrea, Sudan e nord Kenya, c’è stata ripetutamente la infestazione di cavallette che distruggono km di campi coltivati; e negli ultimi mesi diverse inondazioni in sud Sudan e regioni occidentali dell’Etiopia hanno obbligato migliaia di persone a migrare.

 

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