Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità: una riflessione dall’Etiopia.

Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità: una riflessione dall’Etiopia.

Oggi 3 dicembre è la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità; rispetto a questo, la lingua italiana si mostra più debole rispetto alla lingua inglese nell’identificare con precisione l’oggetto in questione. In italiano Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, in inglese International Day of Disabled Persons. La diversità è tutta racchiusa nella distanza tra l’espressione “con disabilità” e la parola “disabled”, nella misura in cui il suffisso “-ed” che chiude quest’ultima ha il potere di ribaltare nella sostanza la radice del vocabolo e quel brutto prefisso “dis-” che lo precede. Se dovessimo tradurre fedelmente in italiano l’espressione “disabled persons”, niente suonerebbe meglio di “persone disabilitate”. Come dire, la disabilità non è una cosa con cui una persona va in giro, un accessorio come un cappello o un orologio. La disabilità è, piuttosto, una circostanza con cui talune persone si scontrano nel momento in cui la società pone delle barriere, fisiche o meno, che impediscono loro di esprimersi secondo i propri desideri e le proprie attitudini. 

Qualcuno si ripeterà che la differenza c’è, esiste, talvolta è addirittura tangibile, e che pertanto queste famigerate persone disabilitate sono in effetti persone disabili. Eccoli, eccole: sono differenti, non si discute.

Ma la vera domanda è: differenti da cosa? L’unica risposta plausibile è: differenti dalla media statistica della popolazione globale contemporanea. 

Osservata da questo punto di vista, la faccenda inizia ad assumere una connotazione strana, dal momento che ognuno di noi, guardando a se stesso, può trovare in sè una connotazione che lo differenzi dalla media statistica della popolazione globale contemporanea. Eppure, non tutti noi saremmo disposti a identificarci come membri della categoria “persone disabili” o “persone con disabilità” e, in particolare, non tutti potremmo ritenere che il nostro gruppo sociale ci “disabiliti” in funzione di quella stessa caratteristica. A chi importa se siamo sotto la statura media nazionale? A chi importa se i nostri capelli ingrigiscono o cadono velocemente? A chi importa se non riusciamo a memorizzare nemmeno un numero di telefono? A nessuno. 

Le persone iniziano a essere considerate disabili o con disabilità nel momento in cui la caratteristica che le differenzia dalla maggioranza della popolazione è considerata dal gruppo di riferimento come una perdita irrimediabile. La loro fronte è marcata indelebilmente con un piccolo o grande segno “-“ (leggi “meno”) che è più importante di ogni loro altro attributo: il nome, lo sguardo, la terra di provenienza, l’orientamento sessuale, le attività preferite. Non tanto la differenza inscritta nell’individuo, quanto quel piccolo segno meno, che in sociologia prende il nome di “stigma”, disabilita effettivamente una persona.

L’International Day of Disabled Persons si prefigge lo scopo di portare sulla ribalta, almeno una volta l’anno, l’annosa questione dei diritti delle persone con disabilità, a partire dal 2006 sanciti a livello sovranazionale dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, tra i cui firmatari figurano 175 stati del mondo. Chi avesse la pazienza di leggere i 50 articoli di cui la Convenzione si compone, scoprirebbe con sorpresa che, di fatto, in essa non è ribadito altro che il concetto secondo cui i diritti fondamentali che, secondo il pensiero occidentale contemporaneo, dovrebbero spettare a ogni essere umano, spettano anche alle persone con disabilità.

Dal punto di vista teorico, sono numerosissimi i contesti sociali e culturali che accettano questo principio senza alcuna riserva. Dal punto di vista pratico, le complicazioni poste da qualunque problema riguardi un essere umano inserito in un gruppo di esseri umani più o meno ampio sollevano difficoltà di una concretezza tale da essere commovente.

Se è “semplice” immaginare come evitare la disabilitazione di un individuo cieco o di un individuo autistico ad alto funzionamento, un silenzio un po’ imbarazzato cala di fronte alla grave disabilità.

Questo silenzio è anche il mio silenzio. Dopo un anno e mezzo di lavoro con le Suore di Madre Teresa ad Asko, nella città di Addis Abeba, in un centro residenziale destinato anche a bambini e ragazzi con disabilità, non ho mai speso una parola per raccontare la condizione di grave disabilità in cui, a conti fatti, versano la maggior parte di loro. 

Sotto questa (ahimè) categorizzazione, faccio ricadere tutti i piccoli e i meno piccoli che, in primo luogo, non possiedono autonomie fisiologiche: non mangiano da soli, non bevono da soli, fanno la pipì e la cacca nel pannolino, non muovono il proprio corpo in funzione delle loro necessità, non si esprimono verbalmente. Di caso in caso questa condizione è accompagnata anche da mancanza di comprensione della lingua, incapacità di riconoscere le persone circostanti, incapacità di esprimersi attraverso forme non verbali, assenza di mimica facciale, mancanza di reazione a stimoli disturbanti. 

Parlo di questo quadro, che è solo un quadro di massima approssimazione, per sottolineare non solo la loro dirompente presenza nel mondo ma anche per ricordare la loro indelebile e assidua presenza nella mia vita e nelle mie giornate. Di fronte a una tale complessità confermo che è difficile pensare in termini di “disabilitazione”, ma anche in questa circostanza è doveroso compiere uno sforzo mentale per tentare di conoscere questi bambini e questi giovani al di là dell’intero campo semantico della perdita e della mancanza individuale attraverso cui il nostro sistema culturale (e di conseguenza la nostra lingua) ci spinge a parlare di loro. Il tentativo di afferrare la loro essenza umana mi spinge a guardarli e a ricordarmi che questi bambini e questi ragazzi possiedono una storia di vita personale: da qualche parte in Etiopia hanno o avevano una famiglia e una terra. Le persone che, in fasce, li hanno tenuti in braccio forse avranno ringraziato Dio, forse lo avranno maledetto. Qualcuno, chissà dove, si ricorda di loro. Forse ricorda anche il giorno in cui li ha salutati per l’ultima volta. Di mano in mano, sono giunti dalle Suore di Madre Teresa, magari dopo un lungo viaggio attraverso tutto il paese. Qualcuno ha vissuto per tanto tempo a Siddest Kilo, in una stanza più affollata e più calda dell’attuale. Poi, un altro viaggio, breve, e la vita ad Asko, con nuove persone a prendersi cura di loro. Oltre a possedere una loro storia personale, costellata di posti e di persone, questi bambini e questi ragazzi hanno dei gusti, delle attitudini: qualcuno smette di piangere se toccato sulle mani, qualcuno dorme bene con un pupazzo, qualcuno muore dal ridere quando sente il rumore di uno starnuto. Per ciascuna loro inclinazione o desiderio che è possibile scoprire, cento rimangono nascosti. Benché esistano, afferrarli è insolito, probabilmente perché richiedono l’esercizio di competenze emotive e sociali scarsamente coltivate nella società occidentale contemporanea entro cui io stessa sono cresciuta. In quest’ottica il limite, la mancanza, l’incapacità cessano di essere prerogativa delle persone con disabilità in quanto gruppo umano di serie b, manifestandosi piuttosto come tratti umani universali con cui prima o poi dovremo imparare a fare i conti.

 

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