Giornata per la diversità culturale: i komcie e il Culture Day a Mekanissa

Giornata per la diversità culturale: i komcie e il Culture Day a Mekanissa

In Etiopia, come in molti sapete, si celebra il giorno delle Nazioni, Nazionalità e dei Popoli, detto il Culture Day. Si celebra l’8 dicembre, giorno in cui fu approvata l’attuale Costituzione etiope, nel 1994. È un momento per celebrare anche l’unione di tutti i popoli dell’Etiopia che si sono uniti per far cadere il regime, conosciuto come Derg.

Non si celebra solo la diversità. Si celebra anche l’unità nella lotta per un futuro insieme. Questo sembrerebbe paradossale in questi giorni di guerra. A mio umile avviso, non lo è. Il problema non è – credo io – l’accogliere la diversità e le diversità. Il problema parte dal diseguale accesso e partecipazione nelle strutture di potere politico, economico e sociale. 

Al di là di queste riflessioni, lungo gli anni il Culture Day è diventato più una parata di vestiti tradizionali e pettinature abbinate, molto vissuta nelle scuole di tutta l’Etiopia. 

Il primo anno in cui ho vissuto a Mekanissa non mi sono vestita. Provavo una sorte di rispetto per l’espressione di una cultura che ancora conoscevo molto poco. I bambini restarono delusi: “ma… non ti piace la nostra cultura?”, chiesero. I grandi addirittura si offesero, pensando non apprezzassi la loro cultura.

L’anno dopo allora mi preparai per bene. Mi feci cucire un vestito tutto verde, mi misi le ballerine di plastica nera, crocetta di ferro sul petto e via. Ero diventata una komcie, alla faccia della appropriazione culturale. L’anno dopo ancora mi comprai persino un pollo (gallina) da abbinare col vestito. 

Fu un successone, ma tutti la presero come uno scherzo. Nessuno capì bene perché io avessi scelto quelli che chiamavano komcie come cultura da imitare. L’avevo scelto perché ero – e ne sono tuttora adesso – affascinata.

I komcie

Chiamano komcie (nome molto dispettoso, da non usare) quei contadini che arrivavano ad Addis Abeba dal Wollo o dal Goyam profondo. Sono (penso ci siano tuttora) molto caratteristici: di solito vestono di verde prato. I maschi con i pantaloncini e le donne con i vestiti in stoffa abbastanza rozza. Se è festa, i vestiti verdi hanno dei fiori sulla stoffa. Se no, stoffa liscia e basta. Tutti portano scarpe di plastica, che possono essere anche sandali fatti con la gomma vecchia dei pneumatici o anche i sandali per andare al fiume. I maschi portano una coperta, verde pure quella. Le donne una netelà (una sciarpa tipica etiope) o una sciarpa allacciata sulla vita. 

Se sono arrivati da poco in città, alle volte hanno anche i capelli tagliati, quasi a zero. Li tagliano con forbici vecchie e rimangono un po’ a forma di carciofo o di un calciatore un po’ eccentrico. I komcie di solito restano nei mercati a caricare i sacchi, o nelle opere di costruzione a caricare cemento e mattoni. Le donne, per lo più, elemosinano in città.

I Komcie arrivano dalle montagne, da luoghi fatti di sassi e sono anche loro un po’ come la roccia: secchi, snelli… alle volte anche diffidenti.

Spaesati e migranti

A Mekanissa, da Donato, alcune volte arrivavano questi bambini komcie, venuti non da un’altra regione, ma da un altro secolo: bambini che conoscevano cento giochi da giocare con i sassi, che non avevano mai preso una matita in mano ma sapevano discernere lo stato d’animo delle mucche nel sentirle muggire, bambini che di montagna ne avevano viste tante, ma di telefonini nessuno. Bambini spaesati, con la nostalgia appesa all’anima in una città che li riteneva buffi e campagnoli. Bambini che appena potevano bruciavano i loro pantaloncini e infilavano i jeans. Che dovevano per forza tenersi i sandali per andare al fiume, e appena potevano li toglievano per giocare. Ma anche per non farli vedere. 

Come già detto, li trovavo affascinanti, e li ho descritti parecchi volte. Oggi, a distanza di tre anni in Spagna e con un oceano di mezzo, penso che mi affascinavano perché erano persi. Spaesati. Anch’io ero spaesata. Non direi persa, ma sì, molto disorientata. E poi, devo dire, mi affascinavano i loro racconti della vita nella campagna profonda: le mucche, i frenji che arrivavano ad aprire scuole o a visitare chiese, i parenti che morivano, gli spiriti che li circondavano, e Dio, che c’è sempre, ma di più nella campagna.

Adesso ho capito che questo spaesamento non era perché venivano dalla campagna. Era perché erano persone migranti. Persone migranti che nessuno accoglieva. Se ci penso adesso, credo che ci farebbe bene un’identità come persone migranti. Una nazionalità sullo spostamento. Un popolo che gira spaesato, ma con tante cose in comune: la nostalgia, la inadeguatezza, il sentirsi tante volte al posto sbagliato, il restare impalati senza sapere cosa fare, il sentire che le proprie capacità non servono più a niente.

Il mio vestito oggi è appeso nell’armadio. Non mi entra più. Ma il disorientamento resta. La nostalgia di questi komcie, di questa cultura così nuda e schietta, pure. La fortuna di avere conosciuto tutto ciò, tutte queste culture… anche quella resta. Insieme al desiderio e alla preghiera di unità, uguaglianza e pace per tutti i pezzi del meraviglioso mosaico etiope. 

Teresa Lopez