Frontiere da Korkorò

Frontiere da Korkorò

Penso che capiti in tutte le strutture che lavorano con gruppi di donne, soprattutto quelle che lavorano con delle donne più vulnerabili. Prima o poi arriva quella donna che era da qualche giorno che non veniva e all’improvviso appare. Magari perché è il giorno in cui si consegna l’aiuto di grano, magari perché aveva un appuntamento a cui non può mancare, magari perché vuole chiedere un altro prestito… Lei viene e comincia a parlare e ti dice che non era venuta prima perchè è stata un po’ male, niente di che, un mal di testa, un raffreddore, ma adesso pare che vada meglio.

E tu parli, ascolti, magari anche con non troppa attenzione. Cosa vuoi, tante donne, tante attività. Magari inizi anche a pensare che cosa dovrai fare più tardi. E all’improvviso, ti fermi su quello che stai dicendo, o la fermi su quello che ti sta raccontando.

Ti sei accorta che lei non è musulmana. Lei è ortodossa. Non porta mai il velo così stretto; oggi, invece, le copre metà faccia.

Se hai confidenza con lei e siete in ufficio, magari provi a tirarle il velo all’indietro per scoprire il viso, a chiederle come mai ha quel viola sulla guancia. Lei allora ti racconta che ha avuto una discussione col marito, niente di che, che lui si è arrabbiato, giustamente, perché lei si era tenuta dei soldi da parte per le divise scolastiche dei bambini, o, semplicemente, per evitare che lui si bevesse proprio quei soldi che lei aveva ricevuto dal progetto o guadagnato dalla lunga giornata al mercato. Poi, ti racconta come questa volta una sberla è volata pure al figlio più grande e come lì per lì, lei ha preso i figli e se ne è andata via, a casa di sua sorella.

Va avanti a raccontare che due giorni dopo lui è apparso con il consiglio degli anziani che li hanno fatti riappacificare; lui ha promesso di non picchiarla mai più, dicendo che quella volta aveva bevuto e che si era arrabiato per i soldi nascosti.

Inoltre, mi dice, gli anziani sono tutti maschi e ne sanno più di lei e le hanno detto che la vita di coppia a volte è molto difficile, ma che lei si può ritenere fortunata, perchè il marito lavora e provvede ai figli e, tutto sommato, chi non esagera con l’alcool ogni tanto?

Finisce il suo racconto dicendo che è anche intervenuta la mamma di lei, che ha testimoniato che è sempre stato così, che alle volte bisogna avere pazienza: gli uomini sono così.

E tu la ascolti e ti pare di aver sbagliato puntata, perchè questa l’hai già vista. Le prime volte chiedevi consiglio alle colleghe di lavoro, ma più di una volta ti sei sentita dire, e peggio ancora, anche la donna si è sentita dire: “Tanto alla fine tornano sempre con i mariti. Fanno una scenata e poi tornano. Vedrai che fra poco resterà incinta”.

Allora resti lì, provi a suggerirle di lasciare il marito, provi a focalizzare il suo pensiero sui figli: la prossima volta potrebbe volare più di una sberla, oppure dicendole che i figli vivono nella paura o nell’idea che tutto ciò sia “normale” (e veramente, non sai cosa sia peggio).

“Tu non capisci. Tu sei frengi (straniera, ndr). Qua è così”

E lo dicono col sorriso triste. Povera te, che non capisci. E hanno ragione. Non capirai mai, non puoi.

Perché tu non hai mai avuto quella paura. Non capisci la rassegnazione. Non capisci neanche il senso di colpa che ti avvolge come la nebbia: perché è colpa tua se tuo marito si è arrabbiato, è colpa tua se i tuoi figli sono a rischio, è colpa tua se non sei capace di andartene, di ripartire da capo in un’altra città, con tre figli, senza qualifiche né esperienza che non sia a vendere patate; è colpa tua se ti sei azzardata a tenere i soldi di nascosto, anche se non sai nemmeno quanto guadagna tuo marito.

Alcuni dati

Nella Demographic and Health Survey fatta dall’Agenzia Nazionale Etiope di Statistica, c’è scritto che, nella regione dell’Oromia, più del 68% delle donne considera giustificato che un marito picchi sua moglie per uno o più dei seguienti motivi: bruciare il pranzo, discutere con il marito, rifiutarsi di avere rapporti sessuali, uscire di casa senza permesso o trascurare i figli.

Questo è un dato molto conosciuto a cui facciamo riferimento spesso. Quello che non andiamo avanti a leggere è che, negli stessi casi, soltanto il 26% degli uomini dell’Oromia intervistati giustificano l’aggressione. Voglio dire: nemmeno per loro è così normale.

Se non altro, almeno sanno cosa devono dire nelle interviste.

A distanza di anni, penso che il problema non sia la donna che si racconta avvolta nella colpa e nella vergogna. Penso che il problema sia più il dire “fanno una sceneggiata e poi tornano”. Non il fatto in sè, ma l’opinione comune su questo, il giudizio che viene da chi in un modo o nell’altro quella paura, quella vergogna l’ha assaggiata più di una volta.

Penso che magari sia lì che dobbiamo agire: sul costruire questi spazi sicuri, non soltanto riparati dalla violenza fisica, ma anche da quella psicologica che non viene solo dai maschi in casa, ma anche da quelle donne che continuano a giustificare indirettamente il perpetuarsi di questo modello relazionale. Costruire spazi dove si dica “quando avrai la forza, saremo qua”, dove si dica “non sei da sola”, dove si dica “non è colpa tua” e dove si dica anche “no, non è normale”, e pure “deve essere diverso, può essere diverso. Anche qui”.

Dentro il korkorò

Tante volte mi chiedevo cosa succedesse veramente dentro il korkorò (lamiera che circonda le case, ndr): come sono vissute nel quotidiano, le vere dinamiche famigliari, di coppia, di rapporto con i figli… ? Penso anche che continuare a definire le violenze come “domestiche”, come se fossero un gattino o un pulcino, sottenda in qualche modo l’idea che possano essere parte della routine familiare.

E forse lì, tra le mura della violenza, non possiamo entrare, perché non capiamo e perché ci sono volte in cui, semplicemente, non c’è niente che possa essere salvato dentro il korkorò. Dentro il korkorò entrano gli anziani, i suoceri, le sorelle, i fratelli, preti e cugini… e la nostra voce sicuramente si perderà; così come si perde, consiglio dopo consiglio, la loro determinazione ad uscire perché non ce la fanno più lì dentro.

Possiamo e dobbiamo, credo, rendere il mondo oltre il korkorò più accogliente, più sicuro, meno giudicante. A partire da noi che siamo (ero) in ruoli di responsabilità, e anche con chi lavora accanto a noi e con le altre donne che ogni giorno vengono in quello spazio fisico, formativo, sociale ed emozionale che offriamo.

Perché non è un drama, una sceneggiata teatrale. È una tragedia. Una tragedia, tra l’altro, dove tante volte si vanno a schiantare i nostri sforzi nell’accompagnare queste donne.

Perché nella tormenta almeno da noi, donne, le nostre sorelle che soffrono dovrebbero sentire di poter ripararsi. Tra di noi, tra di loro (intendo come donne etiopi), dovrebbero trovare la forza, non il giudizio. Dovrebbero trovare lo scombussolamento, non l’indifferenza di questa normalità marcia. Dovrebbero trovare la coperta calda, non l’aria gelida.

Perché alle volte, dentro il korkorò piove. E piove forte.

Teresa

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