Cosa succede in Etiopia – puntata 1

Cosa succede in Etiopia – puntata 1

Il 4 novembre 2020 l’Etiopia si è risvegliata in guerra.
Attraverso un insolitamente aggressivo comunicato stampa uscito in mattinata, il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed ha annunciato alla nazione che è stato dato l’avvio ad un controffensiva militare, ad opera dell’esercito nazionale, contro le forze locali di sicurezza del Tigray, uno dei 9 stati federati da cui è composta l’Etiopia.

Le accuse, mosse da Dr. Abiy contro il TPLF (Tigray People’s Liberation Front, il partito al governo nello stato del Tigray dal 1991) sono di aver attaccato una caserma dell’esercito federale, al culmine di un crescendo di tensioni tra la regione del nord ed il governo centrale. In risposta all’attacco subito, il governo federale ha deciso di muovere sul suolo tigrino le proprie truppe, già da giorni schierate ai confini della regione, dando così il via a scontri a fuoco nella cittadina di Dalshah.

Non si è fatta attendere la risposta del presidente della regione del Tigray, Debrestion Gebremichael, il quale, sostenendo che sia stato il governo etiope ad invadere per primo il suolo tigrino e a dichiarare guerra senza motivo, risponde al Premier etiope “se guerra deve essere, noi siamo preparati non solo a resistere, ma a vincere“.   

Cosa sta succedendo?

Già in questi primi giorni le vittime si prospettano numerose, anche perché oltre agli scontri via terra tra l’esercito regolare etiope e le milizie paramilitari tigrine, da parte del governo centrale sono stati effettuati raid aerei sulla capitale del Tigray, Mekale. Su Twitter ed altri social media continuano a rincorrersi notizie di numerose defezioni tra alti ufficiali della Divisione Settentrionale dell’esercito etiope, mettendo in discussione la lealtà dei militari di etnia tigrina verso l’esercito federale di cui fanno parte, a vantaggio invece delle milizie paramilitari del proprio gruppo etnico di riferimento. In ogni caso resta difficile reperire informazioni aggiornate a causa del shutdown della connessione internet e la sospensione di tutte le comunicazioni telefoniche imposto dal governo alla regione considerata ribelle, nella quale è anche stato proclamato uno stato d’emergenza della durata di sei mesi.

Nel comunicato rilasciato dall’Ufficio del Primo Ministro il 4 novembre si afferma esplicitamente che “l’ultima tappa della linea rossa è stata superata” e si chiama all’intervento l’esercito etiope, il quale “ha ricevuto l’ordine di assumersi il compito di salvare la nazione“, dichiarando così implicitamente che l’uso della forza è l’unica strada percorribile ed abbandonando  di fatto ogni ipotesi di compromesso con le autorità del TPLF.

In un nuovo comunicato dell’Ufficio del Primo Ministro datato 6 novembre si rincara la dose, continuando ad accusare il TPLF di essere l’artefice della guerra scatenata avendo messo in atto “comportamenti criminali“, “ripetute violazioni della legge negli ultimi due anni” e “attività illegali che minacciano la costituzione e rendono ingovernabile il paese“. Addirittura si arriva ad accusare il Tigray di “usare i civili come scudi umani” nelle recenti operazioni militari. All’opposto il governo federale si autoproclama “paziente nell’aver contenuto le trasgressioni del TPLF volte a destabilizzare la nazione” aprendo addirittura uno “spazio di dialogo, negoziazione e riconciliazione” che però non è stato accettato dalle autorità del Tigray.  Al che, sempre per voce del Primo Ministro, non resta che “mettere in pratica uno stato d’emergenza volto a:

  • disarmare le forze di sicurezza dello stato regionale per mantenere la pace e la sicurezza nella popolazione locale;
  • sottoporre a restrizioni i mezzi di trasporto;
  • imporre il coprifuoco;
  • detenere chi sospettato di prendere parte di attività illegali contro il governo centrale“;

il tutto volto a “ristabilire la legge e l’ordine costituzionale sulla regione“. 

L’intervento armato ad opera del governo centrale è stato dettato dalla paura che il Tigray arrivasse a proclamarsi indipendente, distaccandosi formalmente dalla federazione etiopica e dando così il via ad un pericolosissimo precedente che rischierebbe di spianare la strada a tutti gli altri movimenti nazionalisti presenti nel paese, creando un effetto domino che l’Etiopia non sarebbe in grado di arginare né impedire.