Un po’ di storia

Dieci ragazzi si radunano a Parma per la prima volta nell’aprile del 1983. C’è con loro anche l’Ispettore don Giovanni Battista Bosco. Il grande sogno è di fare di questi giovani dei veri protagonisti della missione salesiana, di offrire loro la possibilità di coltivare, in missione, la loro vocazione di servizio ai poveri. Questa iniziativa dei giovani dà ai salesiani una nuova iniezione di entusiasmo e di voglia di fare. Con l’allestimento della Scuola Tecnica si sviluppa passione educativa e pastorale in senso lato, oratorio, catechesi, gruppi di giovani. È sempre abba Elio, lo scrivano della comunità. Scrive a don Tone Bresciani, missionario in Ecuador.
“Un’esperienza che sta attaccando e sta portando già i suoi buoni frutti, è quella che ho iniziato tre mesi fa e che consiste nell’andare la domenica dopo la messa, con gli uomini e coi giovani, a costruire o ricostruire ‘gratis’ le capanne dei più poveri diavoli. All’inizio, hanno fatto un po’ di fatica a mettersi nella prospettiva (per l’estrema indigenza in cui vivono; sono, difatti, portati a rinchiudersi egoisticamente su di sé e a pensare solo ai loro problemi), ma poi pian piano, dietro anche il mio esempio, hanno incominciato a venire e a provare soddisfazione nel ‘lavorare assieme e gratis per i più poveri’…”.

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Dalla cronaca di don Giorgio Zanardini.
Era il 23 aprile 1983, quando in una piccola sala dell’Istituto di Parma, presenti l’Ispettore don Giovanni Battista Bosco e l’incaricato ispettoriale per le Missioni don Giorgio Zanardini, si incontrarono dieci giovani destinati a partecipare alla prima spedizione in terra etiopica e a formare il primo nucleo di un gruppo che si sarebbe moltiplicato oltre ogni previsione.
Pochi giorni dopo, questo stesso gruppo si radunava a Lanzo d’Intelvi per una “tre-giorni” in cui si sono tracciate le direttive per far crescere il giovane con una sensibilità missionaria salesiana. Presente stimolante e di alta cultura era don Gian Paolo Borroni. Non si trattava di stilare nuove norme di comportamento o di proporre nuovi ideali verso cui tendere. Si indicò, nei valori dati dalla Parola rivissuta con particolare vigorosità, genuinità e tensione verso i giovani da don Bosco, la strada da percorrere per gli “Amici del Sidamo”. In questo programma educativo l’obiettivo da raggiungere è la promozione di una mentalità missionaria quale la pensava don Bosco e quale l’ha indicata il Concilio Vaticano II. Una mentalità che ha come nucleo vitale dello slancio missionario la comunità: nessun cristiano, nessun gruppo, nessun ambiente si dovrà sentire isolato. Tra le affermazioni promotrici: il movimento esige una comunità locale che si apra ad altre realtà comunitarie per l’evangelizzazione nei settori nevralgici della vita moderna quali il mondo dell’emarginazione, del lavoro, della cultura, della scuola, dei mass-media, della sofferenza. Esige che il gruppo sia locale e guidato da un responsabile operativo e spirituale e che sia teso quotidianamente all’apprendimento della parola evangelica e all’esercizio della carità verso i giovani. Ciò che a Lanzo risultò subito indispensabile rilevare fu che alla base di questo processo di educazione venissero vissuti dei valori perenni, che la legge fondamentale di questa “vita nuova” fosse il servizio. Un servizio impregnato di spirito evangelico, fatto di essenzialità, di povertà, di gratuità, di fraternità. È su questi valori che è nato il movimento “Amici del Sidamo”. Esso è formato dai giovani legati alle comunità salesiane dell’Ispettoria, simpatizzanti, conoscenti e amici, giovani coppie, universitari, ex-allievi, cooperatori.

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Ogni estate molti giovani spendono le loro vacanze a contatto con i bambini ed i ragazzi dell’Etiopia. È per i partecipanti un’esperienza importante che è il punto di arrivo e nello stesso tempo di partenza del cammino educativo tracciato da don Bosco. Per questo chi parte non va per caso, individualmente, per fare un’esperienza di vita e poi tornare; il giovane che parte deve aver fatto una “scelta cristiana” impegnata; e deve essere consapevole di rappresentare l’attenzione missionaria del proprio gruppo e della Casa salesiana dalla quale proviene. Due sono le dimensioni-fulcro sulle quali gli “Amici del Sidamo” hanno fondato e maturato la loro crescita: la preghiera e il lavoro inteso non come guadagno ma come condivisione. Per questo si sono organizzati fin dal 1985 i campi di lavoro, nei quali i giovani, provenienti da tutte le comunità locali, lavorano e pregano insieme, dando testimonianza viva del proprio cammino alla popolazione del luogo.
Primi frutti dei gruppi
A dare il “via” agli interventi scritti di questi giovani ci sarebbe da costruire una antologia da stupire, tanto sono le ricchezze interiori che rivelano. Solo qualche sequenza, a conferma dell’affermazione del Signore: “Meglio è dare che ricevere”.
“… ma la cosa più deprimente è stato lo scoprire che i frutti di questa miseria sono un cinico individualismo e una inesistente solidarietà.”
Non c’è poesia nella povertà: ognuno vuole tutto per sè e si adira quando vede che ad un altro più povero si regala un vestito. Non c’è collaborazione tra le varie tribù, ma solo odio che porta ad una impossibile congregazione di persone. Ed è lì, tra questi problemi socio-economici, che i missionari cercheranno di portare il messaggio di don Bosco. Un messaggio contrastante e completamente diverso dalle loro usanze.
“La realtà di Dilla sembra essere su un’altra dimensione; una volta tornata a malincuore in Italia. il contrasto tra i due mondi è tale che sembra di essere stata per un mese partecipe di un film indimenticabile.”
Indimenticabili infatti sono i volti e i corpi dei bambini denutriti, delle donne storpiate da sforzi eccessivi, le ulcere dei tubercolotici e le ferite tropicali; ma pure l’ospitalità degli Abba, l’allegria e le danze delle ragazze dopo il lavoro e tutti i momenti sereni passati con i ragazzi del posto… Resta soprattutto l’insoluto mistero della gente di Dilla. del loro inspiegabile comportamento.
“Sono rimasta molto impressionata dalla mancanza di legami affettivi più elementari per la convivenza sociale nel rispetto della dignità umana; l’amore tra uomo e donna. tra genitori e figli. l’amicizia. Certo non bisogna generalizzare: non posso dimenticare le premure nei nostri confronti. l’amicizia dei ragazzi che lavorano alla missione. Mi riferisco invece ai bambini cacciati da casa. alle continue liti familiari e alla sottomissione delle mogli al marito. alla vendita delle spose ancora bambine. ai ragazzi che giocano al calcio indifferenti a pochi metri da chi sta morendo di fame e che sorridono e si divertono alle spalle di chi ha solo qualche straccio per coprirsi.”
“Questa situazione ha sconvolto le mie scettiche idee sull’opera dei missionari. Solo con l’esperienza diretta di una tale situazione mi sono convinta dell’importanza del cristianesimo nella formazione di una civiltà e nella soluzione del problema del sottosviluppo. almeno per quanto riguarda l’Etiopia. Dilla ha infatti bisogno di uomini veri che sappiano costruire una società che permetta a tutti di essere liberi e felici.”
“Penso che il cristianesimo. e quindi i missionari sono gli unici in grado di far crescere gli uomini veri che dovranno ricostruire l’Etiopia”
“Un mese d’Africa mi ha cambiata dentro: tocco con mano la mia felicità. la mia serenità interiore. la gioia di riscoprire Dio negli occhi di chi mi sta accanto. la novità di un sorriso.”
“Sono diversa anche fuori: il mio “sì” è più pronto. più vero. La vita di ogni giorno scorreva tranquilla. anche se qui non si userebbe proprio questo aggettivo. C’era la fatica del mattino, la rabbia di non farcela più. Duecento e più bambini ci venivano a ricordare la sofferenza, il dolore, veniva a ridimensionare il nostro entusiasmo. Avevo quasi paura a dar loro da mangiare: mi sembrava di arrogarmi un diritto non mio. Poi cercai di vedermi come semplice strumento del Signore. L’appuntamento giornaliero dell’oratorio: una giostra di ..visi vorticosa intorno a noi: cento, duecento bambini, la frenesia dei giochi. l’agonismo e la fatica di far loro capire il senso della squadra. del tifo positivo. Poi la Messa. l’appuntamento più importante. il ritrovarsi intorno alla Mensa con gli amici per offrire al Signore la nostra stanchezza. La cena. qualche scherzo. qualche canto. Infine a nanna…domani è un altro giorno: dentro il cuore si accumula un insieme di pensieri che però finiscono presto.”
Inizia il tempo prolungato dei giovani
Di questo periodo avremmo desiderato ricordare tutti gli Amici del Sidamo che hanno collaborato con le missioni salesiane donando contributi di grande valore per il lavoro, la generosità, la competenza. Tra questi ricordiamo quelli che si sono fermati per un anno e più.
Nel 1991 partono da Chiari Genny e Tarcisio Facchetti e Giovanni Baresi. Si fermano a Dilla da maggio 1991 al settembre 1993.
Tarcisio è falegname mobiliere e diviene capo laboratorio di falegnameria. I ragazzini stanno volentieri con lui; sorridente, pacato, non si arrabbia mai; accompagna i ragazzi nell’arte del legno. Ben presto escono i primi armadi, tavoli, sedie, infissi per finestre. Tarcisio insegna a quantificare il lavoro, il costo del materiale, le ore di lavoro e a porre quindi un giusto prezzo al prodotto. Genny lavora con il personale della cucina, della lavanderia e del guardaroba. Segue l’orto e le lavoratrici. Genny è di passo svelto e deciso, ma sa anche aspettare le sue donne che si muovono sempre a piedi nudi. Giovanni è un muratore; segue la costruzione della fabbrica dei blocchetti di cemento. Organizza la vendita dei blocchetti e vigila sulla cooperativa che si è appena costituita. Si dedica anche alla costruzione della Casa dei salesiani.
Nel 1997 sono a Dilla Sebastiano e Fulvia Longhi. Si fermano per quattro anni fino a luglio del 2001. Sebastiano, ingegnere elettronico, entra con sicurezza nella Scuola Superiore come insegnante di matematica e fisica e diviene subito preside della Scuola. Metodico e competente si conquista l’ammirazione dei colleghi docenti etiopi e l’affetto e l’ammirazione degli allievi. Fulvia, medico chirurgo con specializzazione in anestesia, lavora nel poliambulatorio delle suore e gira anche per le capanne. Fulvia non ha un minuto per sé: è continuamente chiamata per il suo tratto dolce, la competenza, la fiducia che sprigiona dal suo fare. Sebastiano e Fulvia hanno la gioia di Sara, la loro figlia che nasce a Dilla nel 1998.
Giancarlo Archetti fece parte della seconda spedizione, dal 4 agosto al 2 settembre 1984, con i dieci giovani. Vive l’esperienza missionaria di Dilla accanto ai giovani, ma con la posata maturità del quarantenne, con l’occhio critico dell’uomo sperimentato, del responsabile di un laboratorio di meccanica, e con la sensibilità spirituale di chi da anni dedica la sua attività per i giovani. È coinvolto in tutte le esperienze dei suoi ragazzi: l’infinita pietà per tutta quella miseria, per quella fame, per quella inaudita sofferenza di corpi piagati e senza alcuna cura. Quei poveri, appartenenti alle più varie tribù, accorrono perchè sanno di trovare nella Missione sollievo al loro patire. Ma Giancarlo le sue esperienze le vive a più profondo livello: quello nel quale la compassione e la pietà agiscono non solo sul piano emotivo, ma su quello che determina le stimolazioni spirituali efficaci. Difatti, ritornato a Milano, la maturazione di quelle stimolazioni spirituali che in missione erano apparsi timidi e delicati appelli, nella sua coscienza ora diventano decisioni di vita. Non sarà necessario che l’Ispettore si dia alla ricerca di altri confratelli: sarà lui, spontaneamente, a chiedere di essere il fondatore e primo responsabile della scuola tecnica di Dilla. Ma laggiù, anche se ai giovani africani poche parole aveva potuto dire, ben altre ed efficaci ne aveva espresse in silenzio ai componenti del suo gruppo.
Dopo il 1990 dall’Italia giunsero due formidabili salesiani coadiutori. Sergio Fiorino e Lucian Fabio. Due autentiche colonne delle opere sociali di Sesto San Giovanni. Due Tecnici elettronici, versatili anche in telecomunicazioni, allargarono le competenze delle Scuole Professionali e si fecero notare dalla incipiente Università di Dilla. Furono chiamati per sistemare la rete informatica dei computer, e furono benedetti anche per la loro competenza nel collocare le pompe ad immersione.
LA NASCITA DI ZWAY
Ben presto una nuova frontiera si apre per i salesiani e per i giovani. Abba Elio agli inizi del 1986 viene chiamato dai suoi superiori ad aprire una nuova missione, a Zway, con lui ci sono Donato, Isidoro e don Riccardo.

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La cittadina di Zway è collocata nella regione centrale dello Showa, nel cuore della Rift Valley, a metà strada fra Addis Abeba e Dilla. Nel frattempo la cittadina è divenuta capoluogo della provincia del Sud-Showa.
Nel 1990 l’ex Governatore e ex Capo del Partito Comunista di Zway, la più alta ‘carica’ in Zway durante i primi anni della missione, ammise: “Abba Elio, i suoi confratelli e i giovani volontari che sono arrivati dall’Italia ci hanno conquistati e spronati tutti con l’esempio! Lui è stato il primo a farci vedere quel che si poteva fare qui a Zway! Ricordo che ci invitò a visitare la missione nell’autunno dell’86. Ci andammo solo perché intravedemmo l’opportunità di farci costruire un pozzo d’acqua per la città. Rimanemmo delusi: a parte le due, tre costruzioni nella missione non c’era nient’altro. Quando ci ritornammo tre mesi dopo per inaugurare il pozzo che nel frattempo Abba Elio aveva fatto costruire fuori dalla missione per la nostra gente, vedemmo già le prime strutture: tanti campi da gioco, nuovi edifici, alcuni già completati altri in costruzione. Mi colpì in modo particolare il grande orto che stava cercando di metter insieme, con a fianco una piantagione di papaie, banane e quant’altro. Scossi il capo: le termiti avrebbero fatto piazza pulita di tutto in breve tempo!!! Tornai la terza volta dopo altri cinque mesi. Rimasi stupefatto: come avevano potuto due o tre persone, far tutto ciò in così poco tempo? L’orto fiorente, piante di banane e papaie in quantità, ma soprattutto la scuola per 300-400 ragazzi già funzionante!!! Attività quotidiane e giochi per i giovani per i ragazzi… Tutti i bambini della zona frequentavano la missione, qualcuno veniva addirittura da cinque dieci chilometri di distanza. E tutto per poche ore in missione… “

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Abba Elio è diventato in breve l’uomo più amato di Zway. Quando a bordo del suo pick up attraversa la città è accompagnato da un coro festoso di bambini e ragazzi… àb-bà-è-liò- àb-bà-è-liò …
“Devo dire che allora tutto il Partito cominciò a temere quello che stava succedendo… Nelle discussioni ufficiali ci mostravamo preoccupati… però nel nostro cuore facevamo tutti la stessa considerazione: il lago era qui da millenni… noi anche… però ci sono voluti i salesiani, lui, Isidoro, Donato, don Riccardo e i loro amici a farci capire quali miracoli si potevano fare con l’acqua e la buona volontà! Qui a Zway hanno messo loro in moto la ruota dello sviluppo. È per questo che in fondo lo abbiamo sempre sostenuto!”
Presente fin dai primi momenti della fondazione della casa, Mamma Irene ha seguito la cucina e la guardaroba. La sorella di don Elio, bel carattere espansivo, ha riempito di gioia bimbi e adulti, salesiani e suore. Le ragazze che erano in cucina hanno imparato a preparare, con nessuna spesa, piatti graditi ai piccoli e ai grandi.
La straordinaria grinta nel perseguire “le cose che contano per davvero”, associata ad un modo gioioso di affrontare la vita, seppure in mezzo a tanti problemi, fecero ben presto del direttore abba Elio un personaggio unico, non solo a Zway. Aveva stretto amicizia con il Vescovo Ortodosso di Zway e a lui aveva fatto dono della copertura del tetto per il suo piccolo seminario. “Non si fermava davanti a niente, non aveva paura di nessuno”.

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A Zway Gigi e Donatella seguirono a Mario e Donatella quando questi rientrarono in Italia nel 1991 dopo una permanenza di tre anni. Furono coppie di grande valore. Lavoratori instancabili passavano dalla assistenza alle macchine, alla manutenzione della casa, alla attenzione del dispensario, alla coltura dell’orto. Si prodigavano senza sosta con saggezza, con il sorriso , con la competenza nella manualità, con l’attenzione ai bambini e alle bambine dell’oratorio.
Dopo sette anni di lavoro, con la preziosa opera di Donato che si occupava dell’oratorio e dei ragazzini più piccoli e di Isidoro, attento organizzatore e direttore della scuola di Adamitullo che si era preso a cuore i più grandicelli, e di tutti i giovani volontari che si erano susseguiti negli anni, ormai la missione aveva assunto la sua fisionomia finale.
Nel 1991 il cortile più grande fu ricoperto di un manto verde e divenne un favoloso campo da calcio ad erba. Per tutta l’estate precedente i giovani della spedizione con i Giovani Etiopi hanno lavorato tutto il mese a trasportare zolle di terra dal lago di Zway al cortile. Fu un lavoro estenuante, faticoso, ma redditizio. A bordo di un traballante carretto tirato da un somarello paziente e docile le stupende “toppe della riva del lago “, venivano portate al campo dei salesiani.
La gente s’affacciava al cancello a vedere quel prodigio di zolle che si saldavano l’una con l’altra, irrorate con l’acqua del pozzo. Il sole non manca mai in Etiopia. Ad ogni metro quadro veniva gettata la semente dell’erba del cosiddetto “prato all’inglese”. Acqua, sole, erba “inglesina” hanno reso il campo da calcio un super velluto verde anche, e soprattutto, per giocatori a piedi nudi… Le autorità civili di Zway elogiarono tantissimo l’evento. “Ora abbiamo capito quanto bene ci volete. Avete fatto una realizzazione che da tempo desideravamo per i giochi dei nostri giovani. Avete soddisfatto un nostro grandissimo desiderio”.
Era nato un dissidio nascosto nel gruppo.”Ma come?! Non hanno da mangiare , né da vestire, e pensano al campo ad erba. E noi siamo qui a viziarli”. Ma la riconoscenza del sindaco e dei funzionari governativi ha ridimensionato ogni mugugno, Siamo in Etiopia per servire e non per comandare, né per imporre le nostre priorità.

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All’inizio di Maggio del 1993 visitando la ‘Casa degli ospiti’ in via di completamento, Abba Elio confessò ad alcuni Amici: “Questa è l’ultima costruzione. Poi voglio dedicarmi pienamente al catechismo, a questi giovani, ai miei ragazzi. Ora stanno crescendo, hanno veramente bisogno di qualcuno che li segua in modo particolare…”. La costruzione della chiesa di Zway era terminata già da qualche mese. Grazie alla testardaggine di Abba Elio, sorretto dall’ineffabile aiuto della Provvidenza, sua inseparabile complice, l’edificio era stato inaugurato il 29 gennaio del 1989 in occasione della celebrazione del centenario della morte di Don Bosco, in una splendida giornata di festa. Vi avevano partecipato il Cardinale Paulos di Addis Abeba, il Prefetto Apostolico e Vescovo di Meki Mons. Yohannes, tutta la comunità cristiana di Zway e dintorni, una folta rappresentanza di salesiani, di suore, di missionari di altre congregazioni, di amici e conoscenti da tutta l’Etiopia.
Poi la malattia brevissima, fulminante di don Elio. Era andato ad Addis Abeba per tenere una predicazione alle Suore. Già faceva fatica a parlare. Pare un ictus cerebrale. Moriva nel sonno, ad Addis Abeba il mattino, all’alba, del 13 maggio 1993.

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