Bisogna solo esserci – l’Etiopia di Seba e Fulvia

Bisogna solo esserci – l’Etiopia di Seba e Fulvia

Ciao a tutti,

noi siamo Fulvia e Sebastiano, una delle coppie, anzi meglio famiglie, adulte del Sidamo.

La nostra storia nel Sidamo inizia a scuola per Seba, ex allievo Salesiano, e durante gli anni dell’Università per me, Fulvia. Inizia come slancio di cuore, d’istinto, come modo per dare concretezza alla voglia che avevamo in cuore di fare della nostra vita qualcosa di bello, del desiderio di sperimentare strade diverse da quelle conosciute, di provare a stare “fuori” dagli schemi, del sogno di poter cambiare il mondo.

È stata una gran bella avventura: pochi calcoli, poca razionalità, anni vissuti con lo zaino in spalla e il sacco a pelo pronto, girando da un campo di lavoro all’altro, stringendo relazioni, incontrando persone, facendo crescere amicizie, alcune svanite, ma altre divenute poi quasi fraterne, conoscendo pian piano un mondo diverso da quello in cui eravamo cresciuti. Un mondo dove la vita non era fatta di studio, esami e tranquillità come il nostro, ma di insicurezza, povertà, disuguaglianza. Una realtà che sembrava lontana, ma si faceva sempre più vicina e più dentro ai nostri cuori, che era sempre lì a fissarci negli occhi, ad interrogarci. Una provocazione, una spina nel fianco. Non ci lasciava tranquilli, ma allo stesso tempo ci spingeva a relativizzare le nostre cose quotidiane e a cercare di spingersi un po’ più in là. E così lo zaino non si vuotava mai e il sacco a pelo lo si srotolava ogni week end in un posto diverso.

È stata una gran bella avventura: ci è nato in cuore il sogno di diventare famiglia, di poter essere “aperti”, di far entrare gli altri nella nostra vita, di essere liberi di seguire il cuore. Così poco dopo l’Università e ad un anno dal matrimonio, siamo partiti per L’Etiopia.

Non avevamo chiaro come e quanto saremmo restati, volevamo solo essere liberi da una scadenza temporale, liberi di provare a realizzare il più possibile i nostri sogni.

Siamo stati in Etiopia 15 anni, anni intensi, a volte difficili, bellissimi.

I primi anni nel Sud, nella missione di Dilla, dove abbiamo imparato a muovere i primi passi in quella nuova realtà, a conoscere la gente, la sua cultura, i valori, la lingua. Poi le collaborazioni con l’ospedale di Wolisso, dove abbiamo imparato a mettere a servizio le nostre professionalità.

Il periodo ad Abobo, in Gambella, dove abbiamo vissuto l’ingiustizia della violenza e sperimentato la mano della Provvidenza.

Infine Addis Abeba, che ha definitivamente segnato le nostre vite con l’incontro del popolo delle periferie, non solo della grande capitale, ma del mondo, gli ultimi degli ultimi.

In questi anni la nostra famiglia è cresciuta, sono arrivati Sara Selam, Daniel e Marta Edelawit, i nostri figli, un altro dei preziosissimi regali che la vita e l’Etiopia ci hanno fatto.

Non è facile riassumere in poche righe. La nostra vita ha continuato ad essere una grande avventura, piena di imprevisti e di ostacoli, ma invasa dai volti, dalle storie e dall’incredibile voglia di riscatto delle persone con cui ogni giorno era condiviso: i bambini della mensa dei poveri di Dilla, gli studenti della scuola, le donne, i ragazzi dell’oratorio, i malati, i bambini di Asco.  Possiamo tranquillamente dire, senza falsa modestia, che abbiamo ricevuto più di quanto abbiamo donato. Abbiamo ricevuto in dono l’amicizia e l’affetto della gente, ci hanno donato le loro vite, condiviso le loro famiglie, i dolori così come i giorni di gioia, ci hanno fatto entrare nella loro intimità. In modo semplice. Quotidiano.

È stato vivendo in Etiopia che abbiamo compreso fino in fondo che quello slancio del cuore che ci aveva animato da ragazzi, andava realizzato nelle cose di ogni giorno, piccole, semplici, vere e concrete.

La nostra gente non ci chiedeva di essere degli eroi, di cambiare l’ingiustizia da un giorno all’altro. Non ci chiedeva sacrifici fuori misura.

Ci chiedeva di essere dei compagni di viaggio. Di praticare la vicinanza. Di essere accanto. Nei giorni buoni, in cui sembrava di aver costruito chissà che, di toccare con mano i successi, così come nei giorni in cui tutto sembrava inutile.

Ci accettava così come eravamo, con i nostri limiti, i nostri difetti e anche con la nostra posizione comunque di privilegiati rispetto a loro. Ma ci chiedeva di esserci per loro, senza giudizi e senza pregiudizi, anche quando sbagliavano, anche quando tradivano. Perché alla fine siamo tutti esseri imperfetti e i poveri hanno sempre diritto al perdono.

La nostra gente ha amato ed accudito la nostra famiglia: i nostri figli sono stati bambini circondati di mille attenzioni, dai pezzetti di canna da zucchero succhiati in condivisione con i bambini dell’oratorio, dai quintali di “fer fer” ( pezzetti di enjera con verdure e berbere) che si cucinavano a casa nostra per pranzo, dalle partite a biglie sul marciapiede fuori da scuola, dalle signore che li prendevano in consegna quando noi non c’eravamo e che sono state delle seconde mamme fantastiche.

Se ripensiamo ai nostri anni sono stati fatti di giornate molto semplici: vissute gomito a gomito con i ragazzi, i professori, i bambini, gli infermieri, gli educatori. Fatte di condivisione. Giornate lunghe di lavoro, tra le aule di scuola o i letti in ospedale. Di serate a scrivere o a chiacchierare con gli altri volontari, gli ospiti che passavano per casa e, quando la Tere Lopez si faceva prestare il proiettore da Donato, di film proiettati sul muro del salone…

Di domeniche fuori Addis per portare i nostri bambini a respirare un po’ di aria meno inquinata e per stare in mezzo al verde, con i panini del pic nic e le banane.

Di tanti bunna (caffè) bevuti nelle capanne o nelle baracche per un avvenimento bello, una guarigione, una nascita oppure per un lexò (funerale) o una malattia.

Di pomeriggi di thè presi nella cucinetta delle sister Gasparine per raccontarsi e riderci un po’ su insieme.

Di tanti canti e balli intorno al fuoco dell’Enkutatash (ultimo giorno dell’anno), nella magica notte del nuovo anno. Di pomeriggi sudati nel salone dell’oratorio stipato di ragazzi venuti per il cinema o il drama (teatro).

Ma la storia non finisce qui…rimane il ritorno. Il rientro in Italia. E i saluti a tutti i posti dove abbiamo vissuto e lavorato. Credevamo fosse difficile, che ci avrebbe distrutto. Invece ancora una volta l’Etiopia ci ha stupito e riempito il cuore. Da tante persone abbiamo ricevuto un grazie. Ma un grazie soprattutto per quei momenti di quotidianità divisi insieme: perché sei venuta a vedere mia figlio quando era malato, perché c’eri al lexò (funerale) di mio padre, perché sono cresciuto mangiando la faffa (cibo a base d’avena) della mensa, perché sono riuscito a studiare e guarda sono andato all’università e chi pensava che proprio io ce la facessi…..

Da tante persone una benedizione e una promessa: pregheremo per voi. Dio c’è e sarà con voi.

Perché in fondo forse è questa la magia della vita in Etiopia: per qualche strana alchimia, la Vita ti porta dritto là, alla Parola che desideriamo mettere in pratica, al Vangelo, e tutto questo diventa incredibilmente concreto, semplice e quotidiano. “Avevo fame… Avevo sete… ero nudo, malato, solo, discriminato, dimenticato, oppresso…”. Bisogna solo esserci. Senza bisogno di essere eroi. Solo essere umani. Facile, spontaneo, naturale. Quotidiano.

Seba e Fulvia

Una risposta.

  1. Ticozzi Alessandro ha detto:

    Grazie, il bene allarga il cuore, l’esperienza offre spunti ed incoraggiamento nel fare le scelte quotidiane e quelle grandi della vita!

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