Asco

La pazzia ce la fa fare l'amore

Asko è un quartiere collocato nella zona nord-occidentale della capitale, ultima frontiera prima dell’ingresso nell’adiacente regione di Oromia. In quest’area la congregazione religiosa cattolica delle Missionaries of Charity, anche note come suore di Madre Teresa, gestisce un progetto che tenta di incontrare le necessità di una fetta di popolazione scarsamente tutelata dallo stato.
Secondo il carisma della fondatrice della congregazione, gli interlocutori privilegiati del lavoro delle suore sono persone in precarie condizioni di salute o individui con disabilità. Le missionarie della carità possiedono numerose case sparse per tutto il paese e rivolte a target leggermente diversificati che vanno dalle ragazze madri in procinto di partorire a bambini e adulti con disturbi psichiatrici.

Il progetto ubicato in Asko nacque nei primi anni Duemila al fine di allargare il perimetro della lotta che le sisters stavano già combattendo altrove contro l’AIDS. In particolare, in seguito alla diffusione sul suolo etiopico dei farmaci antiretrovirali, questo luogo divenne la casa per bambini e bambine sieropositive rimasti orfani. In alcuni casi, questa condizione era dettata dalla precoce morte di genitori o parenti prossimi ai bambini causata proprio dalla contrazione della malattia; in altri casi, i bambini erano stati abbandonati dalle famiglie per impossibilità (economiche o sociali) di fare fronte al loro stato di individui affetti da HIV.

Con gli anni, i bambini e le bambine sieropositive e orfane cominciarono a diminuire grazie all’efficacia dei farmaci e all’accrescimento di consapevolezza in merito al disturbo. Al momento attuale sono presenti all’interno del progetto circa cinquanta minorenni in questo stato, che trascorrono le loro mattinate frequentando la scuola, pubblica o privata, insieme ai loro coetanei e che spendono i loro pomeriggi studiando, giocando o riposandosi all’interno del progetto, la loro casa.

Nel 2015, quando ormai all’interno del progetto iniziarono a rimanere pochi bambini sieropositivi, le sisters deliberarono lo spostamento nella casa di Asko di alcuni bambini e ragazzi con disabilità precedentemente residenti nell’altra casa posseduta dalla congregazione nella capitale. Oltre un centinaio di bambini, bambine, ragazzi e ragazze con disabilità senza famiglia vivono ora accanto ai già presenti abitanti del progetto. Lo spazio residenziale è organizzato in tre strutture principali.

Due case gemelle, una per maschi e una per femmine, presentano un ingresso comune alle due ali occupate da utenti differenti; un’abitazione più piccola ospita invece una quindicina di adolescenti maschi con disturbi di ordine psichiatrico. I bambini e le bambine con disabilità sono assistiti da un team di lavoratori e lavoratrici che si occupa principalmente di assistenza alla persona, cioè nutrimento, igiene personale e pulizia degli spazi occupati.

Due fisioterapisti, in teoria preposti alla riabilitazione fisica dei bambini, spesso svolgono attività collaterali alle lavoratrici o di supporto alle sisters. A dispetto di quanto possa suggerire l’utenza della struttura, nel progetto non è presente formalmente alcuna figura di educatore professionale, eliminata in seguito al restringimento del numero dei ragazzi sieropositivi; attività di matrice ludico-ricreativa sono perlopiù condotte dai volontari provenienti da tutto il mondo che per qualche settimana, soprattutto in estate, collaborano nel progetto.

A tal proposito, Alice, volontaria degli Amici del Sidamo impegnata nel progetto, afferma:

Per una persona come me, educatrice di formazione, è complesso trovare tempi, spazi, modalità per mettere in pratica il cosiddetto “lavoro educativo”, proprio perché le condizioni contestuali faticano la creazione del setting auspicato. Per quanto riguarda me come persona è affascinante scoprire nella quotidianità di ogni giorno forme di cure differenti da quelle che per noi, educatori italiani, sono le più auspicabili, a partire dall’importanza relativa che è assegnata all’autonomia del soggetto. Da un lato la cultura etiopica della disabilità, dall’altro il carisma delle suore di Madre Teresa, pongono ampi interrogativi in merito al tema dell’educazione e alla funzione dell’educatore.

Accanto al sistema residenziale, all’interno del progetto trovano spazio anche una clinica gratuita per persone in difficoltà economica e una scuola materna anch’essa dedicata a chi si trovi impossibilitato a coprire i costi, anche solo del materiale e del pranzo, da affrontarsi in caso di scuole materne pubbliche.