Incontrando la gente a Zway

Questa mattina sono andata in banca. All’uscita, già salita sul Bajaj (un Ape trasformato in taxi, n.d.r.) per rientrare in progetto, l’ho visto: è da qualche mese che gira i negozi in torno alla banca. Avrà in torno agli 8 anni: magrino ma vestiti non sporchissimi. È da qualche mese che lo incrocio, un po’ sempre nella stessa zona. Gira da solo, magari perché nessuno si vuole avvicinare. Il viso di questo bambino è completamente distrutto, sa Dio per quale malattia. La più brutta maschera mai vista. Dico a Addisu, il nostro autista, di fermarsi, di chiedergli dove abita. Lo guardo in faccia. Occhi infetti, labbro mezzo disfatto dal pus. Mi viene la nausea. Sorrido. Scherziamo con lui, parliamo con la gente intorno: ha i genitori, non lontano, non va a scuola, nessuno sa se prende medicine o meno. Lo accompagniamo a casa, troviamo mamma e papà. Tenteremo di inserire la mamma nel Tokuma. Il papà, guardiano in un albergo di basso livello, lo accompagnerà lunedì all’Alert, dove sono già stati una volta, ad Addis, insieme a una sorella più piccola, che comincia anche lei a avere segni della stessa malattia. Quando guarirà, sicuramente penseremo a un percorso con il gruppo de ragazzi che vengono ogni giorno al Don Bosco. Io, qua, a Zway, sono la frenji (donna bianca, n.d.r.) che aiuta le persone. Sono anche la frenji che di solito sa cosa fare, quali passi seguire. Torno al progetto, e oggi c’è la distribuzione del grano per le donne del Tokuma. Visto che non c’è la Yeshi, io e Tenaye (la contabile) ci prendiamo cura della distribuzione: fare i gruppi, dividere i sacchi, pensare a portarlo a quelle che non riescono a venire a prenderlo. Oggi sono pure la frenji che distribuisce il bokolò (mais). Torna Yabi da scuola. “Mama-yè!”, mi chiama. E già. Sono anche sua madre. Sua madre frenji. Sono anche donna. Donna che vive nell’Oromia. Quello condiziona tutte le interazioni che vivo nella giornata. Sono giudicata, vista, valutata, come donna e come frenji. Credo siano quelle le mie caratteristiche principali nello sguardo degli altri: a Zway, io sono la frenji che lavora in un progetto per donne, e che cresce una bimba abesha (abissina, n.d.r.). Sono anche Amica del Sidamo, e questo mi mette sui passi di chi mi ha preceduto. Responsabilità condivisa in un percorso di cui, umilmente, mi sento fiera di far parte. Tutte queste cose, che non sento come maschere, ma parti di me stessa, son cose, ruoli, che svolgo qua in Etiopia. Che adesso fanno parte di me, ma che prima non lo facevano. Scrivevo poco tempo fa che, al di là dell’Etiopia, quando uno va via, gli manca la persona che era qua. Perché l’Etiopia ci da questa enorme possibilità di reinventarsi, di sviluppare parti di noi stessi che non avremmo mai pensato di avere. E così adesso Chicca si è offerta per insegnare inglese, per decorare il Tokuma e anche a provare a fare scatole di carta pesta. E io, spagnola dei Pirenei, so fare pizza e focacce. E mi vengono anche buone. Essere qua, essere tutto quello che siamo qua, è un privilegio enorme. Esserlo nella modalità e nell’ottica degli Amici del Sidamo è anche una responsabilità e un dono grande. Alle volte è vero, che tanta gente ti vede solo come la frenji che aiuta le persone. Ma se riusciamo a essere quello per davvero, sempre… non sarebbe già abbastanza? Essere conosciuti per la capacità di aiutare le persone che incontriamo? Essere conosciuta come mamma di…? A qualcuno sembrerà incompiuto come ritratto. Troppo riduttivo. Troppo semplice. E invece a me piace essere la frenji che aiuta le persone e che cresce una bimba abesha. Magari perchè è molto di più di quanto avrei sognato di essere.